Un sistema di aspirazione che cattura polveri combustibili o vapori infiammabili può diventare esso stesso una fonte di rischio: l’interno di un depolveratore che tratta polveri di alluminio, legno, plastica o farine è un ambiente potenzialmente esplosivo. Una scintilla, una scarica elettrostatica o una superficie calda possono innescare un’esplosione con conseguenze devastanti.
Questo capitolo spiega quando e perché un sistema di aspirazione diventa fonte di rischio ATEX, illustra i parametri fondamentali (LEL, Kst, MIE), la classificazione delle zone, i requisiti delle apparecchiature, i sistemi di protezione (sfiati, soppressione, isolamento, contenimento, spark detection), i criteri di scelta del ventilatore e gli obblighi documentali.
Un sistema di aspirazione che cattura polveri combustibili o vapori infiammabili può generare due tipi di evento: l’incendio (combustione all’interno del depolveratore, dei filtri o delle condotte) e l’esplosione (combustione rapidissima con onda di pressione distruttiva). L’incendio è molto più frequente dell’esplosione, ma è spesso proprio l’incendio non rilevato a innescarla.
Entrambi i fenomeni richiedono tre fattori: combustibile (polvere, gas o vapore infiammabile), comburente (l’ossigeno dell’aria) e sorgente di innesco (scintilla, scarica elettrostatica, superficie calda, brace). Per l’esplosione se ne aggiungono due: la dispersione della polvere in sospensione e il confinamento in un volume chiuso che amplifica la pressione. È il cosiddetto pentagono dell’esplosione: eliminare anche un solo lato impedisce l’evento, ed è su questo che si costruisce la strategia di prevenzione.
Le lavorazioni più a rischio sono quelle su alluminio, magnesio, titanio e zirconio (polveri altamente esplosive), legno (segatura e polvere fine), plastica (macinazione, termoformatura), farine e amidi, verniciatura a polvere e lavorazioni con solventi (COV nelle cabine).

L’incendio è l’evento più frequente nei depolveratori e nelle reti di condotte. A differenza dell’esplosione, che avviene in millisecondi, l’incendio può covare per ore prima di manifestarsi, propagandosi lentamente nel materiale accumulato nei filtri, nella tramoggia o nei depositi delle condotte.
Braci e scintille trasportate nel flusso d’aria — generate da utensili abrasivi (mole, smerigliatrici), lavorazioni del legno (seghe, pialle), saldatura e taglio al plasma. La brace viene aspirata, percorre la condotta e raggiunge il filtro, dove innesca il materiale accumulato.
Scariche elettrostatiche — il flusso d’aria nelle condotte genera cariche per attrito, soprattutto con tubazioni flessibili in plastica o condotte non messe a terra. Una scarica può innescare polveri o vapori infiammabili.
Autocombustione — polveri oleose (dalla lavorazione di metalli con fluidi da taglio), polveri organiche (farina, segatura) e residui di verniciatura accumulati nel filtro o nelle condotte possono autoincendiarsi per ossidazione lenta, soprattutto con umidità e temperatura elevate. Il fenomeno è insidioso perché può manifestarsi ore dopo lo spegnimento dell’impianto. Il comportamento all’autoaccensione degli accumuli di polvere si determina sperimentalmente secondo la EN 15188.
Surriscaldamento meccanico — cuscinetti del ventilatore usurati, cinghie che slittano, attriti anomali nella coclea di scarico. Il surriscaldamento genera temperature superficiali superiori alla temperatura di accensione della polvere.
Lavori a caldo — saldatura, taglio o molatura eseguiti nelle vicinanze del depolveratore o delle condotte senza permesso di lavoro a caldo, pulizia preventiva e sorveglianza successiva.
Spark detection e spegnimento automatico — sensori a infrarosso installati in condotta, a monte del filtro, rilevano scintille e braci e attivano ugelli di spegnimento ad acqua. È la misura più efficace contro le braci trasportate. Il tempo di risposta del sistema deve essere inferiore al tempo di transito della scintilla dal sensore al filtro: la distanza di installazione non è un dettaglio di montaggio, è un parametro di progetto.
Messa a terra e continuità equipotenziale — condotte metalliche, corpo del depolveratore, struttura portante e flange devono essere collegati a terra e tra loro. Nella pratica si verifica la continuità dei collegamenti metallici con un valore di riferimento dell’ordine di 10 ohm; il criterio propriamente antistatico della IEC 60079-32-1 è invece che la resistenza verso terra delle parti conduttrici resti sufficientemente bassa da impedire l’accumulo di carica, con soglia di riferimento pari a 10⁶ ohm. Le tubazioni flessibili in plastica devono avere spirale metallica di massa incorporata e collegata; le giunzioni flangiate con guarnizioni isolanti richiedono ponticelli di continuità.
Classificazione al fuoco dei materiali filtranti — la UNI 11304-1 richiama la UNI EN 13501-1 per la reazione al fuoco dei mezzi filtranti. I filtri devono essere autoestinguenti, e antistatici quando si trattano polveri combustibili.
Velocità di trasporto adeguata — se la velocità in condotta scende sotto il minimo (cfr. Cap. 6), le polveri si depositano: l’accumulo nelle condotte è combustibile già pronto per l’innesco.
Pulizia regolare — superfici orizzontali del depolveratore, condotte con punti di accumulo, tramogge, aree circostanti. La regola pratica più diffusa, di derivazione NFPA, fissa in circa 1 mm lo spessore di deposito di polvere combustibile oltre il quale la superficie va considerata a rischio di esplosione secondaria.
Rilevazione — sensori di temperatura nella tramoggia e nel corpo filtro (termocoppia o PT100 con soglia di allarme, tipicamente 70-90 °C a seconda del materiale), rilevatori di fumo nella condotta di uscita dell’aria pulita, rilevatori di CO come indicatore precoce di combustione incipiente.
Spegnimento — impianto sprinkler o ugelli a nebbia d’acqua all’interno del depolveratore, con attivazione automatica dalla centrale incendio o manuale, ed estintori portatili a CO₂ o polvere nelle vicinanze.
Mai aprire il depolveratore durante un incendio: aprire il portello di ispezione di un depolveratore in cui sta covando un incendio introduce ossigeno fresco nella miscela incandescente: è il meccanismo del backdraft, e può trasformare un incendio confinato in un’esplosione.
Procedura corretta: 1) spegnere il ventilatore; 2) attivare lo spegnimento automatico; 3) attendere il raffreddamento; 4) verificare con termocamera prima di aprire.
L’autocombustione può manifestarsi ore dopo lo spegnimento dell’impianto: le polveri oleose o organiche accumulate nel filtro continuano a ossidarsi lentamente e raggiungono la temperatura di innesco durante la notte, quando in azienda non c’è nessuno. Nelle lavorazioni a rischio è buona pratica monitorare la temperatura del filtro con soglia di allarme anche a impianto fermo e con trasmissione remota, svuotare la tramoggia a fine turno e verificare l’assenza di odore di bruciato alla riaccensione.
Dopo qualsiasi lavoro a caldo eseguito in prossimità del sistema di aspirazione deve essere prevista una sorveglianza post-lavoro di almeno due ore, con verifica delle temperature e ispezione visiva.
Un sistema per nebbie oleose non tratta polveri e quasi mai genera un’atmosfera esplosiva, ma il rischio incendio c’è ed è concreto. L’olio che condensa nelle condotte forma depositi continui su tutta la rete; i mezzi filtranti coalescenti sono impregnati di olio per definizione; le piastre di un precipitatore elettrostatico accumulano olio tra una pulizia e l’altra, e lavorano in prossimità di un dispositivo in alta tensione. Sono tre carichi di incendio distribuiti lungo il percorso dell’aria.
La situazione critica si presenta quando la stessa rete serve lavorazioni che generano scintille — rettifica, molatura, taglio — accanto a macchine che generano nebbia: la brace trova un percorso già rivestito di combustibile. In quel caso valgono le stesse misure viste sopra: separazione delle reti dove possibile, spark detection, drenaggi efficienti che non lascino ristagni, pulizia programmata delle piastre e sostituzione dei filtri a perdita di carico e non a calendario. La trattazione completa dei sistemi per nebbie oleose è nel Cap. 10.
La pericolosità di una polvere non si giudica a occhio: si misura. I parametri che seguono si determinano in laboratorio secondo metodi normalizzati (serie EN 14034 per le caratteristiche di esplosione delle nubi di polvere) e sono i dati di ingresso per il dimensionamento di qualsiasi sistema di protezione.
| Parametro | Unità | Significato | Valori indicativi |
|---|---|---|---|
| LEL – Lower Explosion Limit | g/m³ (polveri), % vol (gas) | Concentrazione minima per avere miscela esplosiva | Alluminio 30-40 g/m³; legno 40-60 g/m³; propano 2,1% vol |
| UEL – Upper Explosion Limit | g/m³ (polveri), % vol (gas) | Concentrazione massima: sopra, troppo combustibile e poco ossigeno | Propano 9,5% vol; per le polveri non sempre definito |
| Kst – indice di esplosività | bar·m/s | Velocità di aumento della pressione: misura la violenza dell’esplosione | Alluminio 300-600; legno 100-200; zucchero circa 140 |
| Pmax – pressione massima | bar | Pressione massima raggiunta in volume chiuso | Tipica 7-12 bar; un depolveratore standard resiste a 0,1-0,5 bar |
| MIE – Minimum Ignition Energy | mJ | Energia minima di innesco per scintilla o scarica | Alluminio 10-50 mJ; legno 20-40 mJ; scarica da corpo umano circa 25 mJ |
| MIT – Minimum Ignition Temperature | °C | Temperatura superficiale che innesca la nube o lo strato | Alluminio: nube 590 °C, strato 320 °C; legno nube circa 420 °C |
Le classi di esplosività delle polveri (St):
St1 (Kst fino a 200 bar·m/s): esplosione debole — legno, zucchero, farina, PVC.
St2 (Kst oltre 200 e fino a 300 bar·m/s): esplosione forte — resine epossidiche, polietilene, acidi organici.
St3 (Kst oltre 300 bar·m/s): esplosione molto forte — alluminio, magnesio, zirconio.
La classe St determina il tipo e il dimensionamento dei sistemi di protezione. Un valore di catalogo non basta: la stessa sostanza cambia Kst al variare della granulometria e dell’umidità, e il dato va riferito alla polvere effettivamente prodotta dal proprio processo.

Il D.Lgs. 81/08, Titolo XI (artt. 287-297), recepisce la Direttiva 1999/92/CE e impone la classificazione delle aree a rischio di esplosione. Le zone sono differenziate tra gas e vapori da un lato e polveri dall’altro.
| Gas e vapori | Polveri | Definizione |
|---|---|---|
| Zona 0 | Zona 20 | Atmosfera esplosiva presente in modo continuo o per lunghi periodi (orientativamente oltre 1.000 h/anno). La presenza di lavoratori va evitata; l’accesso è ammesso solo con procedure e misure specifiche |
| Zona 1 | Zona 21 | Atmosfera esplosiva presente occasionalmente durante il funzionamento normale (orientativamente tra 10 e 1.000 h/anno) |
| Zona 2 | Zona 22 | Atmosfera esplosiva presente solo eccezionalmente e per brevi periodi (orientativamente meno di 10 h/anno) |
Nei sistemi di aspirazione, l’interno del depolveratore che tratta polveri combustibili è tipicamente zona 20 o 21, la tramoggia di scarico è zona 20 e le aree circostanti le aperture sono zona 22. Nelle cabine di verniciatura la classificazione è zona 1 o 2 in funzione della percentuale di LEL calcolata (cfr. Cap. 7). Le ore all’anno indicate in tabella sono criteri orientativi di prassi, non soglie di legge: la classificazione si costruisce sull’analisi delle sorgenti di emissione.
La ventilazione ha un ruolo determinante: con grado di ventilazione alto e disponibilità buona, un’emissione di primo grado può generare una zona 1 circoscritta; con ventilazione bassa o scarsa la stessa emissione può creare una zona 0. È il motivo per cui la classificazione non è un esercizio di catalogo ma un’analisi impiantistica, da affidare a un tecnico specializzato che valuti sorgenti di emissione, grado e disponibilità della ventilazione. Per le atmosfere polverose il riferimento tecnico è la CEI EN 60079-10-2, affiancata dalla Guida CEI 31-35 per gli aspetti applicativi.
La Direttiva 2014/34/UE, nota come ATEX prodotti, prescrive che le apparecchiature installate nelle zone classificate siano conformi alla categoria corrispondente.
| Categoria | Ammessa in zone gas | Ammessa in zone polveri | Livello di protezione |
|---|---|---|---|
| 1G / 1D | 0, 1, 2 | 20, 21, 22 | Molto alto: due mezzi di protezione indipendenti |
| 2G / 2D | 1, 2 | 21, 22 | Alto: funzionamento sicuro anche in presenza di un guasto |
| 3G / 3D | 2 | 22 | Normale: sicuro in condizioni di funzionamento normale |
Per un depolveratore che tratta polveri combustibili con interno classificato zona 21, il ventilatore, il motore, il sistema di pulizia e i componenti elettrici interni devono essere almeno di categoria 2D.
Un punto spesso trascurato: la direttiva non riguarda solo le apparecchiature elettriche. Anche i componenti non elettrici che possono generare un innesco — giranti, cuscinetti, trasmissioni, coclee — ricadono nel campo di applicazione, con requisiti definiti dalle norme UNI EN ISO 80079-36 e 80079-37. Un motore certificato montato su un ventilatore con girante non idonea non rende ATEX l’insieme.

Leggere la marcatura: una marcatura del tipo II 2D Ex h IIIC T125 °C Db si legge così: gruppo II (industria di superficie), categoria 2D (idonea a zona 21 e 22), Ex h (protezione per apparecchi non elettrici), IIIC (polveri conduttive), T125 °C (massima temperatura superficiale), Db (livello di protezione dell’apparecchio).
La temperatura superficiale massima va confrontata con la MIT della polvere trattata, con i margini indicati dalle norme: è una verifica che compete a chi progetta l’installazione, non al fornitore del singolo componente.

Quando l’atmosfera esplosiva non può essere evitata, si passa dalla prevenzione alla protezione: si accetta che l’esplosione possa avvenire e si fa in modo che non produca danni. Le tecniche sono quattro, spesso combinate, e ciascuna ha la propria norma di riferimento.
Lo sfiato è un’apertura calibrata che si apre in caso di esplosione e rilascia la pressione prima che raggiunga il livello di rottura della struttura. La superficie di sfiato si calcola secondo la UNI EN 14491 in funzione del volume del depolveratore, del Kst della polvere, della Pmax, della pressione di apertura del pannello (Pstat) e della pressione massima ammissibile ridotta (Pred). I requisiti dei dispositivi di sfiato in quanto prodotti sono definiti dalla UNI EN 14797. Lo sfiato deve scaricare in area sicura: verso l’esterno dell’edificio o in un condotto di sfiato, tenendo conto che anche la fiamma e l’onda di pressione proiettate all’esterno definiscono un’area di rispetto.
Quando lo sfiato verso l’esterno non è praticabile — tipicamente con depolveratore installato all’interno dell’edificio — si utilizzano dispositivi di sfiato senza fiamma, la cui norma di riferimento è la UNI EN 16009. Un elemento di raffreddamento a maglie fini abbatte la temperatura dei gas e trattiene la fiamma, consentendo lo sfogo della pressione all’interno del locale senza propagazione dell’incendio. Restano da valutare la spinta residua e l’area di rispetto davanti al dispositivo. Per la deviazione dell’esplosione lungo un condotto esiste inoltre la UNI EN 16020.
Il sistema di soppressione rileva l’esplosione nei primi millisecondi con sensori di pressione e inietta un agente estinguente nel volume protetto prima che la pressione raggiunga livelli distruttivi. È la soluzione più costosa, ma diventa necessaria quando né lo sfiato né lo sfiato senza fiamma sono praticabili, o quando il materiale trattato è tossico e non può essere rilasciato. La norma di riferimento è la UNI EN 14373.
I dispositivi di isolamento impediscono la propagazione dell’esplosione attraverso le condotte verso altri volumi: macchine collegate, altri depolveratori, ambiente di lavoro. Le tipologie sono valvole a chiusura rapida attivate da sensore di pressione, valvole rotative che fungono da barriera meccanica continua, coclee con tampone di materiale e barriere chimiche a iniezione di estinguente. La norma di riferimento è la UNI EN 15089. L’isolamento è la misura più spesso dimenticata: protegge il depolveratore senza isolarlo significa aver spostato il problema, non averlo risolto, perché l’esplosione risale la condotta fino alla macchina e all’operatore.
L’ultima tecnica consiste nel costruire il volume in modo che resista alla pressione massima dell’esplosione senza rompersi, rinunciando allo sfogo. È l’approccio del contenimento, disciplinato dalla UNI EN 14460, che distingue tra apparecchiature resistenti alla pressione di esplosione e resistenti all’urto di pressione. Comporta strutture pesanti e costose, ed è impiegato su volumi contenuti o quando il rilascio all’esterno non è ammissibile.

Il ventilatore merita un discorso a parte, perché è contemporaneamente il componente che mette in movimento l’atmosfera esplosiva e uno dei punti in cui una sorgente di innesco trova più facilmente le condizioni per prodursi: parti in rotazione ad alta velocità, possibilità di contatto tra girante e boccaglio, corpi estranei aspirati insieme al materiale.
La norma dedicata è la UNI EN 14986, che definisce i criteri di progettazione dei ventilatori destinati ad atmosfere potenzialmente esplosive, all’interno del quadro generale della UNI EN 1127-1. I punti che ne discendono sono quattro.
I sistemi di spark detection sono una misura di prevenzione primaria: rilevano scintille e braci incandescenti trasportate nel flusso d’aria prima che raggiungano il depolveratore. I sensori, tipicamente a infrarosso, sono installati nella condotta principale a monte del filtro; quando rilevano una scintilla attivano l’estinzione con ugelli ad acqua in condotta o la deviazione del flusso.
Sono particolarmente importanti nella lavorazione del legno, dove seghe, pialle e levigatrici generano braci, e nella lavorazione di metalli con utensili abrasivi. Vanno però collocati per quello che sono: impediscono che la sorgente di innesco raggiunga la zona esplosiva, ma non proteggono da un’esplosione innescata all’interno del depolveratore per altra causa. Non sostituiscono sfiato e isolamento, e il loro funzionamento va provato periodicamente.
La manutenzione del sistema ATEX è critica: un accumulo di polvere sulle superfici del depolveratore, delle condotte o delle strutture circostanti può autoincendiarsi o alimentare un’esplosione secondaria, che nella maggior parte degli incidenti documentati è più distruttiva dell’esplosione primaria. Le buone pratiche essenziali sono la pulizia regolare delle superfici con aspiratore industriale idoneo, la verifica dell’integrità dei pannelli di sfiato, il test periodico dei sistemi di spark detection e di soppressione, il controllo delle messe a terra e della continuità equipotenziale e la verifica dei giochi del ventilatore. Il piano di manutenzione ATEX è parte integrante del documento di protezione (cfr. Cap. 12).
Mai pulire con aria compressa in zona ATEX: soffiare polvere combustibile con aria compressa è una delle cause più frequenti di esplosione secondaria: la polvere depositata viene rimessa in sospensione, forma una nube esplosiva nell’ambiente e qualsiasi sorgente di innesco può scatenarla.
Per la pulizia delle polveri combustibili si usano esclusivamente aspiratori industriali di tipo idoneo alla zona classificata.
L’art. 294 del D.Lgs. 81/08 impone al datore di lavoro la redazione del Documento di Protezione contro le Esplosioni (DPE, comunemente Documento ATEX), da allegare al DVR. Il DPE deve contenere la valutazione dei rischi di esplosione, la classificazione delle zone con planimetria, le misure tecniche e organizzative adottate (apparecchiature conformi, sfiati, spark detection, messe a terra, formazione), la descrizione delle apparecchiature e dei sistemi di protezione con i relativi certificati e il piano di manutenzione ATEX.
Il documento va aggiornato in caso di modifiche impiantistiche, cambio dei materiali lavorati — una polvere diversa può avere Kst, MIE e MIT diversi, e quindi rendere insufficiente uno sfiato dimensionato per la precedente — o a seguito di incidenti e quasi incidenti.
Dieci errori che ricorrono nei reparti e nelle relazioni di indagine post-incidente.
La morale: il rischio ATEX si gestisce su due piani che non si sostituiscono a vicenda: la prevenzione, che toglie un lato al pentagono dell’esplosione, e la protezione, che accetta l’evento e ne limita gli effetti. Chi compra solo componenti certificati ha lavorato sul primo piano e ignorato il secondo; chi installa solo sfiati ha fatto l’opposto. Servono entrambi, e servono documentati.
Depolveratore a cartucce DFC11NBTX con componenti ATEX — Filtri antistatici e pulizia automatica, con componenti conformi alla Direttiva 2014/34/UE per zone polveri. secureair.it/categoria-prodotto/aspiratori-polveri/
Bracci aspiranti certificati ATEX (LAB ATEX) — Conformi alla Direttiva 2014/34/UE, categoria 2D, per la captazione di polveri combustibili in zone 21 e 22. secureair.it/categoria-prodotto/bracci-aspiranti/
Ventilatori assiali AFPX ATEX — Su pannello, conformi per zone gas e polveri, per la ventilazione forzata di ambienti classificati. secureair.it/categoria-prodotto/ventilatori/
Sonda triboelettrica TRIBOPOLVCAMINO — Monitoraggio continuo delle polveri con allarme di superamento soglia, marcatura II 3D, idonea alla zona 22. secureair.it/categoria-prodotto/accessori/
La scelta dei componenti presuppone che la classificazione delle zone sia già stata fatta: la categoria richiesta discende dalla zona, e la temperatura superficiale massima va confrontata con la MIT della polvere trattata. Il nostro ufficio tecnico può supportare l’RSPP nella verifica di idoneità delle apparecchiature una volta disponibile la classificazione.
La classificazione delle zone ATEX, la scelta e il dimensionamento dei sistemi di protezione e la redazione del Documento di Protezione contro le Esplosioni devono essere affidati a tecnici con competenze specifiche in materia di esplosioni industriali. I valori riportati in questo capitolo (LEL, Kst, MIE, MIT, spessori di deposito, soglie di temperatura) sono indicativi e riferiti a condizioni tipiche: i dati da utilizzare nel progetto sono quelli determinati sulla polvere effettivamente prodotta dal processo.
La materia ATEX è di derivazione europea e statale, quindi sostanzialmente uniforme sul territorio nazionale. Possono però variare le prassi di controllo, la modulistica e le indicazioni operative degli organi di vigilanza territoriali, oltre agli adempimenti connessi alla prevenzione incendi in capo ai Comandi provinciali dei Vigili del Fuoco (cfr. Cap. 15).
Le informazioni di questo capitolo hanno carattere divulgativo e non sostituiscono la consulenza di un professionista qualificato.
Dipende dalla granulometria e dalle condizioni. La polvere di ferro grossolana, come i trucioli, non è esplosiva; la polvere fine sotto i 100 μm, soprattutto se prodotta da molatura o smerigliatura, può esserlo in concentrazione sufficiente. Per alluminio, magnesio, titanio e zirconio la classificazione è quasi sempre necessaria indipendentemente dalla granulometria. In caso di dubbio la strada è una sola: far determinare in laboratorio le caratteristiche di esplosione della polvere effettivamente prodotta, con i metodi della serie EN 14034.
È un pannello calibrato che si apre in caso di esplosione e rilascia la pressione prima che distrugga il depolveratore; la superficie si calcola secondo la UNI EN 14491. Deve scaricare verso l’esterno dell’edificio, in un’area senza persone né materiali infiammabili e tenendo conto della proiezione di fiamma e pressione. Se il depolveratore è all’interno si usano dispositivi di sfiato senza fiamma, la cui norma di riferimento è la UNI EN 16009: raffreddano i gas e trattengono la fiamma, consentendo lo sfogo all’interno del locale.
Non basta. La Direttiva 2014/34/UE si applica anche ai componenti non elettrici che possono generare un innesco, quindi alla girante, ai cuscinetti e alla trasmissione, con i requisiti delle UNI EN ISO 80079-36 e 80079-37; la norma specifica per i ventilatori è la UNI EN 14986. Contano la combinazione di materiali tra girante e boccaglio, i giochi tra parti fisse e rotanti, la messa a terra dell’intero gruppo e la categoria del motore, riferita alla zona in cui il motore si trova. Installare la depurazione a monte del ventilatore semplifica il problema, perché la macchina lavora su aria già ripulita.
Il rischio esplosione, nella grande maggioranza delle lavorazioni meccaniche con fluidi da taglio, no. Il rischio incendio sì, ed è concreto: l’olio condensa e forma depositi lungo tutta la rete di condotte, i filtri coalescenti sono impregnati per definizione e le piastre di un precipitatore elettrostatico accumulano olio in prossimità di un dispositivo in alta tensione. La situazione critica è la rete condivisa tra macchine che generano nebbia e lavorazioni che generano scintille. La valutazione va comunque fatta caso per caso, perché fluidi con basso punto di infiammabilità o processi ad alta temperatura possono cambiare il quadro.
Il datore di lavoro, che può avvalersi di consulenti specializzati. Il Documento di Protezione contro le Esplosioni previsto dall’art. 294 del D.Lgs. 81/08 contiene la classificazione delle zone, le misure tecniche e organizzative, la descrizione delle apparecchiature con i relativi certificati e il piano di manutenzione. Va allegato al DVR e aggiornato a ogni modifica impiantistica o cambio di materiale lavorato.
| Codice | Titolo | Anno | Rilevanza |
|---|---|---|---|
| D.Lgs. 81/08, Titolo XI | Protezione da atmosfere esplosive – artt. 287-297 | 2008 | Sez. 11.4, 11.10 |
| Direttiva 2014/34/UE | ATEX prodotti – apparecchi e sistemi di protezione destinati ad atmosfere esplosive | 2014 | Sez. 11.5 |
| Direttiva 1999/92/CE | ATEX utilizzatori – sicurezza e salute dei lavoratori esposti al rischio di atmosfere esplosive | 1999 | Sez. 11.4 |
| UNI EN 1127-1 | Atmosfere esplosive – prevenzione dell’esplosione e protezione contro l’esplosione | 2019 | Sez. 11.1, 11.7 |
| UNI EN 14491 | Sistemi di protezione mediante sfiato della polvere | 2012 | Sez. 11.6.1 |
| UNI EN 14797 | Dispositivi di sfiato di esplosione | 2006 | Sez. 11.6.1 |
| UNI EN 16009 | Dispositivi di sfiato di esplosione senza fiamma | 2011 | Sez. 11.6.2 |
| UNI EN 16020 | Deviatori di esplosione | 2011 | Sez. 11.6.2 |
| UNI EN 14373 | Sistemi di soppressione dell’esplosione | 2021 | Sez. 11.6.3 |
| UNI EN 15089 | Sistemi di isolamento dell’esplosione | 2009 | Sez. 11.6.4 |
| UNI EN 14460 | Apparecchiature resistenti all’esplosione | 2006 | Sez. 11.6.5 |
| UNI EN 14986 | Progettazione di ventilatori che operano in atmosfere potenzialmente esplosive | 2017 | Sez. 11.7 |
| UNI EN ISO 80079-36 / -37 | Atmosfere esplosive – apparecchi non elettrici: metodologia e requisiti, protezione per sicurezza costruttiva | 2016 | Sez. 11.5, 11.7 |
| CEI EN 60079-10-2 | Classificazione dei luoghi con atmosfere esplosive per la presenza di polveri combustibili | 2015 | Sez. 11.4 |
| Guida CEI 31-35 | Classificazione dei luoghi pericolosi – guida applicativa | 2012 | Sez. 11.4 |
| UNI EN 14034 (serie) | Determinazione delle caratteristiche di esplosione delle nubi di polvere (Pmax, Kmax, LEL, LOC) | 2006-2011 | Sez. 11.3 |
| UNI EN 15188 | Determinazione del comportamento all’autoaccensione degli accumuli di polvere | 2020 | Sez. 11.2.1 |
| UNI 11304-1 / UNI EN 13501-1 | Depolveratori a secco e reazione al fuoco dei materiali filtranti | 2008 / 2019 | Sez. 11.2.2 |
| IEC 60079-32-1 | Atmosfere esplosive – pericoli da elettricità statica: guida | 2013 | Sez. 11.2.2 |
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